La memoria di lavoro

Le ricerche scientifiche sui meccanismi della memoria hanno da tempo dimostrato che non  esiste un unico sito cerebrale per la memoria.

Secondo quanto afferma Joaquìn M Fuster dell’Università della California a Los Angeles “  l’acquisizione della memoria consiste essenzialmente nella modulazione delle sinapsi”.  Gruppi neuronali, collocati in un qualsiasi punto del cervello, possono modificare la loro  attività sinaptica e, quindi, conservare un singolo aspetto dell’informazione generale. Ci  saranno così neuroni  specializzati per analizzare e creare la memoria per la forma degli  occhi, mentre in un’altra area del cervello altri neuroni si specializzeranno per analizzare e  creare la memoria del colore degli occhi, così come altri neuroni costituiranno la memoria  per l’ovale del volto umano. Ciò comporta che per richiamare alla mente il viso di un amico sia indispensabile un’attività sincrona dei diversi gruppi neuronali, che, scaricando in modo ordinato i dati raccolti, contribuiranno a ricostruire  l’informazione nella sua interezza.

Ogni memoria è in definitiva di tipo associativo, ed anche la memoria di lavoro è il frutto di un’attività associativa. Essa è, secondo la ricercatrice Patricia S. Goldman-Rakie, “ il risultato più significativo dell’evoluzione mentale umana”, perché “consente di recuperare informazioni simboliche  archiviate  e di tradurle in un insieme controllato di attività motorie” e linguistiche.

Le aree maggiormente implicate nella funzione della memoria di lavoro sono i lobi prefrontali. Numerosi studi hanno dimostrato che i neuroni della corteccia prefrontale presentano un’ ampia gamma di risposte: alcuni sono più  attivi quando bisogna ricordare lo stimolo, altre quando bisogno ricordare lo stimolo non più presente. Un terzo gruppo di neuroni è invece più attivo quando si dà inizio alla risposta motoria adeguata allo stimolo.

Un deficit della memoria  del lavoro, tipico dei soggetti con disturbo specifico dell’apprendimento, può essere senz’altro ricondotto a un deficit operativo dei circuiti neuronali coinvolti: potrebbe verificarsi un’immaturità funzionale dei lobi frontali, o più in generale potrebbe essersi esercitata troppo poco la capacità del sistema nervoso centrale di attivare in modo sincrono più gruppi neuronali. L’effetto sarebbe in ogni caso quello di non riuscire a formare delle reti neuronali efficienti, cioè in grado di far circolare in modo ordinato le informazioni, siano esse di natura percettiva o motoria, necessarie per pianificare correttamente il lavoro.