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Il cervello che impara

SPAZIO LIBRI – Il cervello che impara di Alberto Oliverio

“In un mondo dominato dai nuovi media, fare esperienza, dall’infanzia alla vecchiaia, comporta un diverso uso della mente. Le neuroscienze ci aiutano a comprendere come impariamo quali trappole evitare come mettere in pratica le strategie migliori.

La neuropedagogia non vuole certamente sostituirsi alla pedagogia, bensì indicare a genitori e docenti in che modo numerose esperienze dipendono da come è fatto e funziona il cervello e come queste conoscenze possano tradursi in un migliore processo formativo.”

(Alberto Oliverio Il cervello che impara)

Le risorse dell’educazione

 

 

Ci siamo mai chiesti se all’origine dell’insorgenza di un sintomo espresso da un individuo di qualsiasi età ci sia sempre un reale disturbo? Quanto peso hanno le cattive abitudini nello strutturarsi di malesseri e quanta incidenza può avere l’ambiente nello sviluppo di un soggetto in crescita se non risponde alle esigenze di una evoluzione sana e armoniosa. L’eccesso di medicalizzazione dei comportamenti sta producendo una forma di cecità davanti alle risorse insite nei processi educativi, risorse che dalla nascita di un ogni essere umano sono consegnate nelle mani di genitori e insegnanti. L’emergenza educativa oggi sta nella ri-consegna legittima del ruolo pedagogico alla famiglia e alla scuola prima che al sistema delle diagnosi a volte facili, e sicuramente di una più solida consapevolezza ad una pedagogia professionale più attenta, che rispolveri le antiche origini da cui attingere sapere, prassi e conoscenza.

 

Scrivere a mano

Scrivere a mano rappresenta una delle funzioni più preziose che l’essere umano sia in grado di esprimere, una funzione che va educata, esercitata e custodita nell’arco di tutta la vita. L’abilità di esercitare il tratto grafico può però essere condizionata da molteplici fattori che non consentono alla funzione di strutturarsi. Diverse condizioni di tipo motorio, visivo, posturale, muscolare o di natura funzionale specifica possono originare disturbi della scrittura che vanno tempestivamente inquadrati con un ‘adeguata osservazione clinica e approfondimenti diagnostici che consentano di delineare un programma di intervento individualizzato e adeguato alle difficoltà emerse.

Al contrario di quello che attualmente molti sostengono, l’abilità dell’individuo di scrivere a mano e in corsivo, è tutt’altro che superata o superabile. Eseguire un’ azione fino-motoria così complessa e sequenziale consente di raggiungere più elevati livelli di concentrazione e di assimilazione dei contenuti oggetto dell’elaborato, potenziando mediante un atto creativo fortemente integrato, l’evoluzione degli apprendimenti scolastici e non solo.

Strategie didattiche individualizzate

Creare una strategia didattica consona allo stile di apprendimento di un individuo significa scoprire quali sono le modalità mediante le quali entra in contatto con diversi contenuti scolastici. Quali sono le potenzialità legate al suo sviluppo funzionale? osservare il potenziale delle risorse presenti significa calibrare l’intervento didattico su questa espressione dell’intelligenza che emerge dal suo canale più efficace che diventa anche prezioso supporto all’autostima e alla fiducia nella risposta dell’ambiente. Non esiste un modo di apprendere uguale per chiunque, ognuno disegna con l’esperienza una propria architettura cognitiva, percorsi personali e alternativi per giungere alle soluzioni, per ricordare, per mappare, per connettere, ma perché questo sia possibile l’ambiente scolastico deve poter accogliere e non imporre, osservare e selezionare e non consegnare all’allievo pacchetti preconfezionati quali unici parametri oggettivi di riferimento dai quali poter attingere saperi, capacità e strumenti. L’apprendimento è sempre la risultante di una relazione umana che ha lasciato traccia.

Gli stili di apprendimento

Non esistono modalità di insegnamento standardizzate per ogni docente come non esistono modalità di apprendimento valide per qualsiasi studente. Riteniamo che la relazione educativa sia sempre alla base di qualsiasi possibile strategia didattica applicabile allo stile cognitivo di un individuo; il docente è solo il tramite di un processo di individuazione delle metodologie più conformi all’abilità di apprendere dell’allievo e in questo consiste il prezioso contributo del suo lavoro che egli depone ogni giorno nel campo relazionale. Vengono spesso pubblicizzati strumenti didattici innovativi ritenuti utili, un po’ per tutti, a superare eventuali difficoltà di apprendimento e di ritenzione dei contenuti scolastici, ma ciò non tiene conto dell’individualità e delle modalità specifiche di ciascuno di interagire con il sapere. Uno strumento di aiuto può essere valido per una persona, ma non per un’altra, principio valido per qualsiasi tipo di situazione. Chi è chiamato a fare educazione e didattica non può prescindere dall’osservazione come base di partenza e dall’autonomia come obiettivo prioritario di qualsiasi insegnamento.

La motivazione e l’emozione nei processi di apprendimento

Studi neuroscientifici confermano che l’apprendimento si consolida grazie a circuiti cerebrali strettamente interconnessi con strutture a loro volta coinvolte nella motivazione, nei processi decisionali e negli stati emotivi. L’educazione e la trasmissione di abilità e competenze deve dunque tener conto di questa forte attività integrata perchè gli apprendimenti possano  conformarsi e radicarsi del tutto.

Di seguito riportiamo alcune note tratte dall’Enciclopedia della Scienza e della Tecnica Treccani.

“Numerosi neuroscienziati, tra cui lo stesso Kandel (1998), ipotizzano che possa esistere un ponte tra neuroscienze e psicologia dinamica, in quanto l’esperienza potrebbe ristrutturare le reti neurali implicate nei sistemi motivazionali e gli stessi significati dei vissuti individuali.
(…) Il sistema dopamminergico esercita un ruolo critico non soltanto attraverso i meccanismi di rinforzo, ma anche facendo sì che venga prestata attenzione ad alcuni stimoli piuttosto che ad altri, agendo da filtro sulle diverse componenti della realtà ed ‘etichettandola’ a seconda delle situazioni

(…) I gangli della base non si limitano quindi a governare la motivazione attraverso il meccanismo della gratificazione, ma filtrano in modo molto raffinato stimoli e input provenienti dal mondo esterno, contribuendo in tal modo a determinare il tipo di realtà con cui un individuo può entrare in contatto. L’azione dei gangli della base, in particolare lo striato e il nucleus accumbens, si esplica attraverso un effetto esercitato sul talamo, la sede alla quale pervengono tutte le informazioni sensoriali. Il talamo, però, non recepisce in modo neutro ogni tipo di stimolo e sensazione: l’incremento del livello di dopammina nello striato, infatti, fa sì che il ‘filtro’ del talamo si allarghi lasciando passare una maggiore quantità di input. Quest’azione di filtro non riguarda soltanto l’informazione di tipo cognitivo, ma anche altri aspetti del comportamento, dalla motricità all’emozione. Allo striato ventrale giungono infatti informazioni dalla corteccia frontale e dal sistema limbico (cioè da amigdala, ippocampo, corteccia prefrontale ed entorinale), cosicché esso è un crocevia tra funzioni cognitive, motorie e motivazionali. Lo striato ventrale è quindi al centro sia dei comportamenti motivati rivolti verso un fine, sia del trattamento di informazioni relative al contesto, basate su complesse associazioni tra stimoli diversi. Esso ha un ruolo critico nella vita mentale, in quanto contribuisce all’intreccio pressoché inestricabile dei prodotti della coscienza primaria e della coscienza di ordine superiore, legata ai significati fondati sul linguaggio.”

 

Cos’è l’attenzione

Possiamo considerarla una funzione neurologica indispensabile alla nostra sopravvivenza. E’ la capacità di localizzare gli stimoli ambientali e organizzare in risposta azioni adeguate, requisito fondamentale per la sopravvivenza umana (sistemi attenzionali AAS e PAS).  I suoi fondamenti indispensabili sono la direzionalità contestualizzata del contatto oculare e la ben consolidata sinergia tra le funzioni cognitive di base e sensoriali. Grazie agli studi effettuati con i nuovi metodi di neuroimmagine come la PET , è stato possibile identificare i meccanismi cerebrali grazie ai quali è possibile dirigere lo sguardo nello spazio e focalizzare ciò che interessa. Nell’adulto tale capacità è ottimale, nel bambino è raggiunta mediante una prima fase in cui gli stimoli sono legati ad esperienze di natura corporea e propriocettiva e una seconda in cui gli stimoli emergono da un’interazione continua e costante con l’ambiente. Il grado di massima espansività e operatività del livello attentivo tramite i due sistemi AAS e PAS avviene a 8 anni, periodo lungo il quale la corteccia si espande. Se un bambino ha adeguatamente vissuto e sviluppato le diverse tappe motorie i centri nervosi si attiveranno per selezionare al meglio gli stimoli sensoriali, in tal modo   la corteccia sarà così capace di effettuare una selezione accurata degli stimoli esterni e il bambino oltre a mantenere lo stato d’allerta imparerà a concentrarsi su un segnale specifico raggiungendo  il livello d’attenzione selettiva e selettiva spaziale. La selezione darà la priorità agli stimoli che arrivano in figura perché ritenuti importanti, cioè funzionali al proseguimento della nostra azione costituendo così: UN APPRENDIMENTO

Tutto ciò ha da sempre costituito il  fondamento della nostra sopravvivenza che comincia con una prima forma di attenzione che è LO STATO DI ALLERTA, regolato dagli strati bassi della corteccia cerebrale e che non opera alcuna funzione di selezionamento. E’ pertanto importante nei primi mesi di vita del bambino consentirgli esperienze motorie ricche e propedeutiche al consolidamento di succesive funzioni cognitive che lo predisporranno all’apprendimento così che i centri nervosi responsabili  siano messi in grado di esercitare una prima selezione delle informazioni; quest’attività avvantaggerà moltissimo il lavoro dell’area corticale che sarà lo ricordiamo quella di filtrare le informazioni in entrata in modo da poter selezionare quei dati sui quali concentrare l’attenzione.

Programma Pedagogico Abilitativo Didattico

Presso il Centro OIDA viene praticato il Programma Pedagogico Abilitativo Didattico.

Intervento Pedagogico: riteniamo sia fondamentale in un intervento abilitativo o riabilitativo che sia, il solido terreno di una prospettiva pedagogica che dia risalto alla relazione con l’utente visto come Persona e non come ‘caso’, specialmente se si tratta di un soggetto in età evolutiva. Ciò consente di non perdere mai di vista i bisogni di chi richiede un aiuto per tirare fuori (educere) le proprie risorse inespresse; Abilitativo perchè nel caso specifico dei disturbi della lettura e della scrittura operiamo per abilitare una competenza mai raggiunta e non qualcosa che nel tempo è andato perduto per diverse cause. Didattico, perchè tale intervento non può esimersi dal tener conto dell’esigenza del soggetto/alunno di trovare un’autonomia sul piano didattico, raggiungendo, attraverso strategie  individualizzate più consone alle proprie modalità di apprendimento, gli obiettivi scolastici che gli consentano di sentirsi adeguatamenbte inserito nel gruppo classe anche sotto il profilo delle prestazioni  soggette a valutazione.